sabato, Febbraio 24, 2024

Penso dunque disegno

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Quando artisti, architetti, grafici, formatori e designer parlano di “pensiero visivo” può venire in mente qualcosa di astruso, ispirato e bohemien solo a chi voglia avere un’immagine stereotipata dell’arte.

In realtà, è tutt’altro che un modo astruso d’intendere le immagini. Il pensiero visivo circola molto più di quanto c’immaginiamo e sul web lo vediamo costantemente in azione. Stiamo parlando infatti di uno strumento di comunicazione indispensabile per il XXI secolo.

Comunicazione e storytelling sono le voci ad esso associate, ma si tratta pur sempre di arte e di racconto e dunque di pensiero. Quello stesso pensiero messo a punto nei grandi studi grafici ma che troviamo anche tra le immagini scritte dei bambini, specie di quelli in età prescolare. Immagini nelle quali si leggono realtà e sogni, amicizie, relazioni e paure.

È chiaro quindi che non si sta facendo riferimento alle arti tradizionali e che con questa affermazione non ci occuperemo di questioni relative a pittura o scultura. Il pensiero visivo non ha bisogno di Picasso come sola testa geniale in grado di farne uso, ma ha certamente bisogno di attenzione. Quella stessa attenzione messa in gioco dai bambini quando disegnano per comunicare.

Certamente questo strumento ha una funzione che assume maggior valenza nei grandi comunicatori, nei formatori e negli specialisti che si occupano di scrittura i quali – non a caso – realizzano immagini che assomigliano molto a quella dei bambini che non frequentando ancora la scuola, non sono pienamente alfabetizzati e dunque usano il disegno come il mezzo di comunicazione non verbale più importante.

Il pensiero visivo quindi è uno strumento capace di trasformare le parole in semplici immagini. Ne fanno ricorso i comunicatori e chi si occupa di pubblicità, ma anche gli psicologi sociali e chiunque abbia a cuore la formazione e la crescita intellettuale. L’uso principale però rimane nell’ambito della comunicazione dei pensieri.

Per pensiero visuale quindi s’intende quel linguaggio in grado di trasmettere idee attraverso disegni semplici e basilari che tutti possiamo disegnare, poiché partono da cerchi, cubi, linee cui si assoceranno simboli, colori, animazioni e tutto quel che permette la tecnologia.

Si tratta quindi di figure facilmente riconoscibili che creano emozione, complicità ed empatia perché anche i contenuti di solito, sono fortemente selezionati tra quelli più accattivanti. L’originalità dei contenuti si abbina al disegno in un gioco mentale in grado di accogliere tra le sue competenze anche quelle necessarie per fare le mappe mentali e concettuali e quindi per disegnare allo scopo di simboleggiare le idee che abbiamo in testa.

Ormai è risaputo, nella nostra attività mentale esistono pensieri dal contenuto concettuale e altri dal contenuto non concettuale. Entrambi coesistono con presupposti simili in un lavoro congiunto costantemente realizzato dal cervello.

Quando se ne occupano gli scienziati ne tirano fuori le teorie e quindi c’è una secondo la quale padroneggiare gli elementi di base significa disegnare per scoprire non solo cosa pensiamo, ma anche come pensiamo. Questo “pensare disegnando” dicono – è in grado di farci capire che cosa riteniamo importante, cosa è imprescindibile e in quale direzione orientare i nostri sforzi.

Ci chiarifica i benefici di una data scelta e in termini di comprensione di idee, è in grado di facilitare concetti più complessi. Nell’ambito della progettazione premette di definire gli obiettivi in modo più chiaro perché identifica il problema e si attiva a trovare le soluzioni più creative. Lo sanno gli artisti visivi da sempre.

La comunità scientifica dunque è pronta a certificare ciò che sappiamo molto bene: un’immagine vale più di mille parole. Il pensiero visivo attira l’attenzione e crea un impatto maggiore sulle persone. Ci è necessario quando siamo in una situazione di impasse o quando dobbiamo fare una scelta.

È per questo che il mercato e il web ne sono profondamente incuriositi e affamati. Non c’è pagina o progetto tra i graphic designer o tra chi si occupa del web o di packaging che non sia accompagnato da questo strumento e attualmente moltissime professionalità s’impegnano col suo tramite a creare tendenze.

Insomma, un buon apparato visivo è sempre un buon affare. Anche le aziende hanno capito cosa sta accadendo nell’ambito del pensiero visuale e lo si nota nella grande diffusione di strumenti e tecnologie presenti sul mercato utili a realizzarlo al meglio. Oggi, sembra aver trovato la sua finalità commerciale e il marketing ne conosce i segreti per trasmettere valori e idee da fare arrivare agli utenti o ai follower.

Molte aziende si avvalgono del pensiero visuale per apportare modifiche strutturali in azienda, per rinnovare il proprio brand o semplicemente per generare idee. Dall’ampia diffusione dal tablet fino alle tavolette grafiche, molte sono le opzioni che stimolano il pensiero disegnato e ispirano la convinzione (peraltro fondata) che la comunicazione oggi sia più che mai puramente visiva.

La lettura e la scrittura di parole, così come la presentazione grafica di una bella argomentazione non possono più prescindere da questa modalità al punto che ci si chiede quali possano essere i rischi.  Di fatto, su Instagram e nei social riservati ad artisti, perfino le poesie più belle sentono il bisogno di associare alla parola qualcosa di colorato, un’icona, un’immagine o un segno.

Disegnare quindi è tornato ad essere necessario per pensare. Non solo: tutti coloro che hanno studiato storia dell’arte e si sono imbattuti nei disegni preparatori o semplicemente nella produzione grafica tout court, imparano che gli artisti sembrano aver addirittura potenziato la propria attività mentale. Pensiamoci un momento: ci sono persone che pensano semplicemente perché hanno pensieri abituali ai quali ricorrono per affrontare problemi diversi e altre persone che non si accontentano dell’abitudine. Non si tratta di “genialità”.

La questione è piuttosto che il problema dell’artista è sempre stato quello di creare nuove norme. Per farlo anziché ricorrere ad un cliché o a una formula prestabilita l’artista ha cercato di tornare alle condizioni stesse della normatività e lo ha fatto spesso con una matita in mano.

 

di Matilde Puleo

 

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