Green Pass: due dosi all’anno in cambio della libertà

di Stefano Pezzola

Ormai è ufficiale. Il decreto legge che rende obbligatorio il Green Pass su tutti i posti di lavoro pubblici e privati entrerà in vigore il 15 ottobre: lo hanno comunicato i ministri della Salute Roberto Speranza, della Funzione Pubblica Renato Brunetta e degli Affari Regionali Mariastella Gelmini durante la riunione di oggi con i governatori.

In base a quanto è emerso dalla Cabina di regia, si va anche verso un obbligo generalizzato per le farmacie di praticare prezzi calmierati per i tamponi. Il costo sarà pari a zero per chi non possa fare il vaccino, 8 euro per i minorenni, 15 euro per i maggiorenni. Come previsto, invece, non è stata accolta la richiesta dei sindacati di tamponi gratis per tutti.

Sulle possibili sanzioni, si parla di sospensione dal lavoro e stop allo stipendio, ma nessuna multa per i lavoratori che si presenteranno al lavoro, per cinque volte, senza green pass.

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Una querelle infinita, un gioco al massacro. Se il Green Pass fosse una mera certificazione non creerebbe alcun problema, ma poiché così non è, andando a comprimere, e forse anche sopprimere, alcuni diritti fondamentali, i nodi prima o poi vengono al pettine.

Pur essendo pienamente legale, è e rimane intrinsecamente anti-giuridico, poiché, come ha ricordato Aleksandr Zinov’ev, sintetizzando la tragica esperienza storica del XX secolo, «non è detto che una normativa (o legalità) qualsiasi sia indice di una società basata sul diritto».

Nessuno si è chiesto quanto durerà questo Green Pass, e vi è la concreta possibilità che per i prossimi 3-5 anni saremo costretti ogni 8 mesi a vaccinarci per godere di alcune libertà fondamentali, a prescindere da quanto il Covid rappresenterà un pericolo.

L’uomo nasce libero e la libertà deve essergli garantita per il solo fatto di essere umano. Però, osservando la direzione verso cui ci stiamo incanalando, siamo convinti che sarà così?

Partiamo da un assunto importante. Tutto ciò che facciamo, praticamente, è un rischio per gli altri. Anche andare in giro senza vaccino per l’influenza è un rischio; anche accendere un semplice fornello per farci il caffè può essere un rischio per il nostro vicino, che potrebbe rischiare di vedersi la casa incendiata. Per questo è necessario quantificare il rischio, la probabilità e la gravità del danno a cui esponiamo gli altri, senza rimanere imprigionati in una vaga retorica di bene comune o rischio generale.

Qui, però, di certezze o quantificazioni non ve ne sono. Il Green Pass infatti non garantisce che non vi saranno ulteriori lockdowns o che i contagi diminuiscano. Tutto ciò che fa è limitarsi a funzionare da incentivo alla vaccinazione (e da questo punto di vista i dati ne confermano il successo).

Mentre navighiamo in questo mare di incertezze, si infittiscono anche le contraddizioni. Ad esempio, è giusto impedire ad un genitore di andare a prendere il proprio figlio a scuola, a meno che non sia provvisto di Green Pass? Prendiamo una scuola elementare: a cosa serve un tale provvedimento in un luogo dove, tralasciando il fatto che sia altamente transitato, i bambini non sono vaccinati?

In molti credevano che il peggio fosse passato, che dopo quasi due anni di pandemia si potesse riassaporare, seppur a piccoli passi, l’ebrezza di quella “normalità” che il Covid ci ha strappato senza preavviso.

Purtroppo, non è così: siamo rimasti vittime di un “lasciapassare” mascherato da semplice certificazione ma che, in realtà, si sta trasformando in un aguzzino che a piccole dosi va smembrando le nostre libertà, dalle più importanti a quelle secondarie.

All’orizzonte non soffia libertà, ma l’eco di una pericolosa e inevitabile deriva.